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Vini delle isole minori: il Mediterraneo nel calice

vini isole minori

Frutto delle fatiche degli uomini isolani, i vini prodotti sulle isole minori hanno un carattere unico e racchiudono autenticità, intensità e tutti i profumi del Mediterraneo.

Piccole perle sperdute nel blu del Mar Mediterraneo, paesaggi selvaggi, affascinanti e misteriosi che raccontano millenni di storia fatta di incroci di popoli, di conquiste, di battaglie e lunghe solitudini. E terreni unici che il tempo ha levigato con il vento e arricchito di sole e di mare rendendoli inimitabili. Sono le decine di piccole isole sparse per il Mediterraneo, dall’Italia, alla Grecia, dalla Spagna alla Francia, ognuna meravigliosa nella sua unicità, dove la mano dell’uomo è riuscita a impiantare vitigni che oggi danno dei vini che restano diversi da tutti gli altri per profumi, sentori e fascinazione. «Con il termine Isole Minori intendiamo piccole isole del Mediterraneo all’interno delle quali, dall’altura, dal punto più in alto, si possono vedere tutte le coste – spiega Gianpaolo Girardi, fondatore di Proposta Vini che ha avviato un progetto dedicato ai vini delle isole minori – Questi sono luoghi che hanno spesso mantenuto l’aspetto primordiale nel passaggio da una situazione all’altra, conservano vitigni antichi e antiche tecniche di viticoltura, sono realtà uniche nel loro genere».

Vitigni ed etichette

Il Centro

Andare alla loro scoperta significa arricchire il bagaglio culturale di un viaggio. Concedendosi anche il piacere di un buon bicchiere. E allora, in vista dell’estate, iniziamo un percorso che ha come filo conduttore quello di seguire il sole, il vento e il mare. Partiamo dall’Isola del Giglio, nell’arcipelago toscano, incantevole anche per escursioni e trekking lungo sentieri che attraversano il suo interno. Qui i vigneti si arrampicano su pendenze che possono raggiungere il 30-40%, spesso a strapiombo sul mare, con una viticoltura davvero eroica. Eppure già Etruschi a Romani vi producevano vino fino ad arrivare alla famiglia dei Medici che nel XIV secolo ha dato spazio principalmente all’Ansonica. E qui Simone e Desy Ghelli hanno scelto di riportare la vite dove il tempo e la fatica avevano progressivamente favorito l’abbandono. In particolare l’Ansonica Melù Castellari (27 euro) nasce dalle uve dei vigneti Castellari e Saetta. È un vino di grande identità, ottenuto attraverso macerazioni sulle bucce che variano dai dieci giorni agli otto mesi in acciaio, seguite da affinamento sempre in acciaio. Nel calice si presenta di un oro brillante, al naso richiama la macchia mediterranea, con note di salvia e camomilla; al palato esprime freschezza, sapidità e una sorprendente bevibilità. Un vino che si sposa bene con la carne di maiale e trova una bella espressione con l’Arista al latte con erbe aromatiche, piatto tipico della cucina Toscana.

Sempre nell’arcipelago toscano, ci spostiamo sull’isola di Gorgona, un fazzoletto di terra esposto al sole e al vento, dove esisteva già una piccola vigna, piantata nel 1999 dai detenuti che vivono e lavorano sull’isola. Una coltivazione modesta, ma piena di potenziale. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, insieme alla direzione del carcere, aveva l’ambizione di valorizzarla, di darle un senso più ampio. Fu allora che la famiglia Frescobaldi, forte di settecento anni di storia agricola e vitivinicola, accettò la sfida: trasformare quel vigneto in un vero progetto enologico. Ma soprattutto umano. Ogni anno, sull’isola, un piccolo gruppo di detenuti viene coinvolto nel progetto seguendo l’intero ciclo produttivo. Alcuni restano solo per una vendemmia, altri imparano le tecniche di potatura, di vinificazione, di gestione della cantina. Oggi il vino bianco Gorgona è composto da Vermentino e Ansonica ed è prodotto in circa 9.000 bottiglie all’anno. La versione rossa, nata nel 2015 e realizzata in meno di 3.000 esemplari, unisce Sangiovese e Vermentino Nero. Entrambi vengono vinificati sull’isola, nella piccola cantina allestita da Frescobaldi.

Più a Sud, nell’arcipelago laziale, ci imbattiamo in Ventotene, la più meridionale delle isole dell’Arcipelago Pontino. Con i suoi 1,9 chilometri quadrati, rappresenta uno degli esempi più intensi di viticoltura insulare del Mediterraneo. La sua superficie è quasi interamente costituita da depositi vulcanici, che insieme ai venti marini imprimono un carattere distintivo alle uve e ai vini. Nel 2013 Luigi Sportiello, giovane viticoltore ventotenese, ha scelto di far rinascere la viticoltura sull’isola, dopo decenni di abbandono dovuti allo spopolamento e alla fuga dei giovani. La sua azienda, Candidaterra, è una realtà familiare di due ettari, dove la coltivazione avviene nel rispetto dell’ambiente e delle norme della Riserva Naturale delle isole di Ventotene e Santo Stefano, senza l’utilizzo di pesticidi, insetticidi o prodotti chimici inquinanti. Il loro vino Pandataria (25 euro) – antico nome dell’isola – nasce dall’assemblaggio di Falanghina, Fiano e Greco: tre vitigni a bacca bianca tipicamente campani, che a Ventotene trovano un’espressione originale e profondamente marina. La produzione è estremamente limitata, circa 500 bottiglie. Pandataria si distingue per eleganza, equilibrio e precisione. Il colore è giallo limpido; al naso emergono erbe aromatiche, pesca e agrumi; al palato è fresco, minerale, sapido, con una complessità che racconta la natura vulcanica e ventosa dell’isola. La sua aromaticità si sposa bene con piatti a base di pesce saporiti come un classico spaghetto alle vongole o un più saporito e sfizioso piatto di sarde fritte.

Il Sud

Navigando ancora verso Sud si arriva a Ischia, nell’arcipelago campano, dove la vite ha radici antichissime, probabilmente legate alla colonizzazione greca. Nel corso dei secoli gli abitanti dell’isola hanno modellato un paesaggio rurale unico, scavando cantine e ricoveri nel tufo verde, trasformando grandi massi franati dal Monte Epomeo in abitazioni, cellai, grotte, palmenti e cisterne. Hanno costruito terrazzamenti strettissimi, talvolta capaci di ospitare un solo filare, sostenuti da muri a secco chiamati “parracine”: vere e proprie architetture agricole che ancora oggi costituiscono la spina dorsale del paesaggio vitivinicolo isolano. Biancolella, Forastera, Piedirosso e Guarnaccia sono i vitigni autoctoni che raccontano l’anima marinara e vulcanica dell’isola. Proprio la Kalimera Biancolella (26 euro) della cantina Cenatiempo è uno dei vini più apprezzati. Nasce da un a vigna a 450 metri nel comune di Serrara Fontana. Il colore è giallo paglierino brillante; al naso emergono note iodate, erbe aromatiche e frutta gialla. In bocca è fresco, fragrante, fruttato, attraversato da una tipica sapidità e da una buona persistenza. Si sposa perfettamente con crudi di mare e crostacei ma non è da sottovalutare in abbinamento al coniglio alla cacciatora, secondo la tradizione ischitana.

Da Ischia si naviga ancora verso sud fino a raggiungere Ustica, isola di circa 800 ettari situata 36 miglia a nord di Palermo, apice emerso di un vulcano sottomarino. Da segnalare la cantina Hibiscus di Margherita Longo e Vito Barbera: loro vivono sull’isola tutto l’anno con tutta la famiglia e conducono tre ettari di vigneti distribuiti in piccoli appezzamenti fra Tramontana e Ponente. La presenza del mare condiziona ogni aspetto della coltivazione: la salsedine, il vento, il clima e la luce determinano la vita della vite e il carattere dei vini. Lo Zibibbo Passito Zhabib (42 euro) è un vino intenso e solare, che restituisce gli aromi fruttati delle uve Moscato. Le sensazioni dolci di mandorla, fico secco e miele, tipiche dello Zibibbo appassito al sole, trovano equilibrio in una piacevole freschezza, rendendolo ricco ma mai eccessivo. Vino da meditazione per eccellenza, è particolarmente adatto alla pasticceria siciliana, in particolare ai cannoli o alla cassata. Da provare anche in abbinamento a formaggio erborinati o piccanti, come il Piancentinu Ennese, pecorino siciliano DOP a base di zafferano.

E da Zibibbo a Zibibbo come non fermarsi a Pantelleria, il punto più a Sud dell’Europa, dove le coltivazioni seguono la tecnica della vite ad alberello, una pratica particolare adatta a resistere ai forti venti e alla siccità dell’isola, e oggi diventata patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Il vino da segnalare è il Passito di Pantelleria Ben Ryè Donnafugata (65 euro, 14,5 gradi), una vera e propria sinfonia di profumi e sapori, da abbinare a biscottini con mandorle e cioccolato o su formaggi erborinati.

Il Nord

Nel nostro viaggio risaliamo fino alla laguna veneta, nell’isola di Mazzorbo: qui nasce Venissa, un progetto di recupero vitivicolo e di ospitalità sostenibile nella parte più incontaminata della laguna di Venezia, dove viene coltivata la dorona, vitigno a bacca bianca autoctono che era quasi scomparso . La sua anima, Gianluca Bisol, un trevigiano che appartiene all’omonima dinastia di viticoltori di Valdobbiadene, la concepisce quasi per caso all’alba del nuovo millennio. Il suo Venissa bianco non è un vino per tutti i giorni (160 euro): è frutto di una lunga macerazione, quasi estrema, che porta ad una grande struttura e longevità. Unico ettaro a mondo di Dorona di Venezia e soltanto 3500 bottiglie prodotte ogni anno, può esser gustato oltre che con crudi di pesce anche con carni bianche come il coniglio. Restando in laguna ci spostiamo di poco e arriviamo all’isola di Sant’Erasmo dove Michel Thoulouze assieme alla sua famiglia ha deciso di rilanciare la coltivazione della vite e la produzione del vino, utilizzando i metodi tradizionali degli agricoltori. L’azienda oggi produce un vino chiamato Orto di Venezia (41 euro, 13 gradi) che raccoglie tutte le migliori caratteristiche legate a questo speciale territorio conosciuto dai veneziani proprio come “orto” perché qui si producevano gli ortaggi per la Serenissima. Il vino nasce da un “cultivar” di antichi vitigni italiani dove domina la malvasia istriana, questo per esaltare i sapori dei vini del passato. Si esprime con sentori di frutta tropicale, note di fiori d’arancio e di pepe bianco, colore giallo paglierino con riflessi verdognoli. Si rivela avvolgente, fine e di buona persistenza. Da abbinare a crostacei ma anche a formaggi stagionati.

Dalla laguna veneta ci spostiamo a est verso la Francia, fino ad approdare all’isola di Porquerolles, davanti alla Provenza. Nei vigneti si producono principalmente vini rosati, ma anche bianchi e rossi, tutti rinomati per la loro finezza e complessità. Da segnalare il Porquerolles 2022 Domaine de l’Ile (40 euro, 13 gradi), un rosé di rara eleganza che rappresenta perfettamente il terroir unico dell’isola, dove le vigne sono protette dall’influenza benefica del mare che mitiga le temperature estreme e preserva l’integrità delle uve. Il rosé si distingue per la sua freschezza vibrante e i suoi aromi fruttati. Si abbina perfettamente con frutti di mare freschi, come ostriche e gamberi, ma anche con piatti più complessi a base di pesce, come ceviche di orata o tartare di tonno. Ottimo anche con carni bianche leggere, come pollo alla griglia o insalate di tacchino.

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