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Asprinio di Aversa: l’alberata che dà forma al vino

asprinio

Nell’agro aversano la vite cresce ancora sui pioppi secondo il sistema dell’alberata. Un modello agricolo capace di trasformare il paesaggio e dare origine a uno dei vini più riconoscibili della Campania: l’Asprinio di Aversa.

Ad Aversa e nei comuni vicini, l’Asprinio nasce ancora da una forma antichissima di allevamento della vite. I tralci si arrampicano sui pioppi, talvolta sugli olmi, e raggiungono altezze che rendono impossibile qualsiasi meccanizzazione della vendemmia. Per raccogliere i grappoli servono ancora lunghe scale, esperienza e tempo, ma al di là di ricostruzioni storiche incerte o di una lettura puramente folkloristica, la scelta di far crescere la vite in verticale risponde a una logica agricola precisa: lasciare libero il terreno per altre colture, dagli ortaggi ai cereali, secondo un modello promiscuo che per secoli ha permesso di utilizzare ogni spazio disponibile. La vite occupa lo spazio aereo, mentre il suolo continua a produrre.

Storia e paesaggio

Quella che oggi appare una forma di coltivazione singolare è in realtà una pratica antichissima. Quando Plinio il Vecchio descriveva la vite maritata agli alberi, raccontava un sistema già diffuso nel mondo romano. Con l’affermarsi della viticoltura specializzata, questa forma di allevamento è stata progressivamente abbandonata in gran parte d’Italia e d’Europa. Tra Aversa e i territori circostanti, invece, è rimasta parte integrante del paesaggio e dell’economia agricola, mantenendo fino a oggi una continuità sorprendente. L’Asprinio nasce qui. Prima ancora che in cantina, prende forma dentro questo ingegnoso sistema agricolo. Un paesaggio nel quale la vite è parte di un equilibrio produttivo più ampio, costruito nel tempo attraverso il rapporto tra alberi, terreno e lavoro umano.

L’asprinio oggi

Oggi l’Asprinio di Aversa è prodotto da un numero limitato di aziende, tra cui Vitematta, De Angelis, Tenuta Fontana, I Borboni e Caputo 1890. Condividono lo stesso territorio e la stessa origine, ma arrivano spesso a risultati differenti. Assaggiando bottiglie provenienti da diverse annate emerge un aspetto interessante: l’acidità, elemento distintivo del vitigno, con il tempo smette progressivamente di dominare il sorso e trova maggiore equilibrio. Rimane presente, ma si integra con la struttura del vino, permettendo di sviluppare profondità e complessità senza perdere riconoscibilità. L’Asprinio non è un vino che il tempo trasforma automaticamente in qualcosa di migliore. Nessun vino lo è. Gli anni rendono semplicemente più leggibili le scelte compiute in precedenza: il lavoro in vigna, le decisioni in cantina, gli affinamenti e l’idea di vino che ogni produttore ha scelto di seguire.

Durante una degustazione organizzata dal giornalista e divulgatore campano Carlo Scatozza, sono emerse bottiglie capaci di raggiungere un equilibrio più armonico, altre che, nonostante il tempo, hanno conservato una tensione acida marcata, e altre ancora che hanno mostrato una perdita della vivacità originaria. È proprio in queste differenze che emerge la personalità dei produttori: lo stesso vitigno, ma interpretazioni diverse. Chi conserva qualche bottiglia non scopre un altro vino, ma osserva lo sviluppo di uno stesso carattere. In altre parole, il tempo aggiunge sfumature senza cancellare ciò che rende riconoscibile l’Asprinio.

Non a caso, negli ultimi anni, alcuni studiosi e divulgatori hanno proposto di leggere l’Asprinio partendo proprio dall’alberata più che dal vino stesso. Tra questi, Alfredo Oliva ha richiamato l’attenzione sul valore di questo complesso sistema agricolo, capace di spiegare il rapporto tra coltivazione della vite, uso del suolo e costruzione del paesaggio. È un cambio di prospettiva importante: l’alberata osservata come l’elemento che tiene insieme agricoltura, storia e identità territoriale.

L’Asprinio nel bicchiere: caratteristiche e abbinamenti

L’Asprinio di Aversa è riconosciuto dalla denominazione DOC, istituita per tutelarne il legame con il territorio e con il vitigno. Non tutte le aziende che lavorano l’Asprinio scelgono però di aderire al disciplinare: alcuni produttori preferiscono presentare i propri vini fuori dalla denominazione, seguendo percorsi personali per stile produttivo, vinificazione o affinamento.

Nel calice l’Asprinio si distingue innanzitutto per la sua freschezza. L’acidità è il tratto più evidente e caratterizzante, accompagnata generalmente da una buona sapidità e da una struttura agile. I profumi richiamano spesso fiori bianchi, agrumi, mela, erbe fresche e leggere note minerali. Nelle versioni più evolute l’impatto iniziale dell’acidità lascia spazio a maggiore complessità, senza perdere quella tensione che rende il vino immediatamente riconoscibile. Queste caratteristiche lo hanno reso un vino profondamente legato alla tavola. La freschezza e la capacità di pulire il palato lo rendono particolarmente adatto alla cucina campana: accompagna bene i latticini freschi, i fritti, i primi piatti con verdure, i frutti di mare, i crostacei e il pesce azzurro.

Le versioni più strutturate, soprattutto quelle che hanno affrontato un affinamento più lungo, possono sostenere anche preparazioni più complesse. In ogni caso, il tratto distintivo rimane lo stesso: un vino nato da un paesaggio agricolo particolare e capace di portare nel bicchiere la stessa combinazione di verticalità, freschezza e identità che caratterizza l’alberata.

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