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Inkiostro, l’ikigai di Salvatore Morello

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Inkiostro, ristorante una stella michelin nel cuore della Food Valley è l’ikigai dello chef Salvatore Morello.

Si arriva da Inkiostro con un’idea abbastanza precisa di quello che Parma, nel cuore della Food Valley, dovrebbe raccontare a tavola. Ci si aspetta il territorio, certo. La memoria emiliana, la pasta ripiena, il Parmigiano, la materia opulenta e rassicurante di una delle province gastronomiche più identitarie d’Italia. E poi c’è il contesto: una zona che ha qualcosa del passaggio, più che della destinazione; una geografia quasi laterale rispetto all’immaginario classico dell’alta cucina.

E invece, appena seduti, ci si accorge che qualcosa rompe le regole. Inkiostro non è il ristorante che prova ad addomesticare la contemporaneità dentro la tradizione. È, piuttosto, una sorta di anomalia controllata. Una di quelle anomalie sane, necessarie, di cui l’alta ristorazione avrebbe bisogno più spesso: luoghi che non cercano di compiacere l’aspettativa, ma di spostarla.

La filosofia di Inkiostro

Qui non è lo chef a piegarsi alle leggi della terra in cui lavora. È la terra che, poco alla volta, sembra essersi avvicinata alla visione di Salvatore Morello.

Il suo non è un rifiuto dell’Emilia, ma un atto di trasformazione. La materia prima del territorio viene cercata, selezionata, portata al limite della sua espressione e poi inserita in un linguaggio che guarda altrove: al Giappone, all’Asia, alla disciplina francese, alla precisione maturata in anni di cucine internazionali. Morello non usa il territorio come didascalia. Lo plasma. Lo porta dentro una grammatica personale, rigorosa, per qualcuno addirittura a tratti straniante ma sempre e comunque coerente.

La prima impressione, entrando, è quasi di immensità visiva. Inkiostro ha qualcosa della galleria d’arte: spazi alti, linee e tagli netti, volumi essenziali, una teatralità ricolma di cura e silenzio tipica delle cattedrali nordiche. Ma appena il percorso comincia, la scena cambia. Non c’è più solo l’estetica dello spazio. C’è il ritmo di un viaggio.

Il piatto diventa il mezzo attraverso cui lo chef racconta una traiettoria biografica prima ancora che gastronomica, da Catanzaro a Parma passando per la Francia di Ducasse e la Germania rigorosa di Joachim Wissler fino ad arrivare alla spasmodica passione per il Sol Levante. Ogni tappa aggiunge un pezzo a una cucina che oggi appare insieme emotiva e controllatissima.

Inkiostro è il punto in cui tutto questo trova una forma con una tensione continua tra mondi diversi. L’Asia entra nei piatti con ingredienti, tecniche, cotture, fermentazioni, alghe, acidità, combustioni. La Francia dà struttura, rigore, profondità. L’Emilia fornisce materia, memoria, concretezza. Il risultato non è fusione, parola spesso abusata e quasi mai sufficiente. È piuttosto un equilibrio instabile, vivo, dove ogni elemento sembra essere lì solo perché necessario.

La proposta gastronomica

Lo si capisce bene davanti a un piatto come il risotto con ostriche e kiwi ossidato. Un assaggio tutt’altro che accomodante, costruito su una tensione che prima disorienta e poi convince. Il risotto, simbolo di una certa idea italiana di comfort, viene spinto verso una dimensione marina, acida, quasi elettrica. L’ostrica porta iodio e profondità, il kiwi ossidato introduce una nota inattesa, viva, capace di spostare il baricentro del gusto. Rompe gli standard e chiede ascolto. E proprio per questo rimane.

È forse qui che la cucina di Morello trova la sua misura più precisa. Non cerca la strada più facile, né quella più riconoscibile. Preferisce restare in una zona di tensione, dove il territorio non viene celebrato in modo prevedibile ma interrogato, spinto, talvolta persino contraddetto. Ogni piatto sembra nascere da questo confronto: da una parte la materia, dall’altra la visione; in mezzo, una tecnica che non serve a stupire, ma a dare forma a un pensiero.

Dentro queste domande vive l’ikigai dello chef, la sua ragione d’essere. A Inkiostro non è un concetto decorativo o una suggestione orientale da menu degustazione. È una chiave reale di lettura. C’è il giusto tempo, il divenire, il ritmo della natura, la quiete, l’eleganza. C’è il vuoto come spazio generativo, non come assenza. C’è l’idea che la bellezza, in cucina, non sia mai soltanto forma, ma coincidenza esatta tra gesto e funzione.

Per questo l’estetica dei piatti colpisce così tanto. Perché non appare mai gratuita. Le composizioni sono precise, geometriche, spesso bellissime, ma la bellezza arriva dopo il gusto, non prima. È la conseguenza di un pensiero, non il suo travestimento.

A dare compiutezza all’esperienza c’è poi la sala, guidata da Luciano Palmieri, maître e sommelier con un percorso altrettanto significativo. La sua idea di accoglienza è sartoriale: osservare, comprendere, accompagnare senza invadere. In un ristorante così, il servizio non può limitarsi a spiegare. Deve saper tradurre. Deve mettere l’ospite nelle condizioni di entrare in un linguaggio complesso senza sentirsi escluso. Palmieri lo fa con misura, costruendo un ritmo che rende l’esperienza fluida, mai rigida.

Anche la cantina racconta questa ambizione: oltre 900 etichette, una selezione di distillati importante, una ricerca che non si limita alla profondità della carta ma guarda ai metodi, alle novità, alle traiettorie produttive.

I tre percorsi tutti definiti da termini giapponesi –Ikigai, Toki e Nagomi in ordine il senso, il tempo e la somma di questi due- descrivono perfettamente come lo chef Morello non cucini per dimostrare di appartenere a un territorio piuttosto lo fa per mostrare cosa quel territorio può diventare quando incontra una visione radicale, internazionale, profondamente personale.

Forse l’ikigai è proprio questo: trovare il proprio posto senza smettere di muoversi.
E Inkiostro, oggi, sembra esattamente il luogo in cui Morello ha trovato il suo.

Info utili

Inkiostro

Via S. Leonardo, 124, 43123 Parma PR

0521 776047

Sito

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