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Luca Armellino, l’età dell’Oro al Portrait a Firenze

Ci sono ritorni che hanno il sapore delle scelte consapevoli. Non sono ripieghi, ma approdi. Quello di Luca Armellino, classe 1985, è un ritorno in Italia che profuma di mondo.

Dopo Roma, accanto a Francesco Apreda del ristorante Imago (1 stella Michelin), e dopo le cucine che hanno segnato la gastronomia contemporanea – dal Noma di René Redzepi al St. Hubertus di Norbert te del Bulgari Hotel Tokyo con Luca Fantin, – Luca Armellino sceglie Firenze. E sceglie la convià.

«È bello tornare a casa», racconta. «Avevo tante offerte, ma mi sono innamorato del progetto. Qui l’ospite è al centro». E si sente.

Don Alfonso 1890

Il pranzo sul Lungarno

Mi siedo nella sala che guarda il fiume. È mezzogiorno pieno, la luce rimbalza sull’Arno e attraversa le vetrate, rendendo l’atmosfera quasi sospesa. Decido di farmi guidare.

Il primo assaggio arriva come una piccola tapas elegante: un bao al vapore con maialino e radici marinate, uno dei piatti simbolo della casa. Esteticamente è quasi timido, essenziale. Poi arriva il morso e cambia tutto.

Il bao è soffice, lattiginoso, cedevole come una nuvola calda. Dentro, il maialino è succoso, avvolto da una glassatura che alterna dolcezza e un leggero accento affumicato che resta sul palato. Le radici marinate recisa che pulisce e rilancia il boccone. È un piatto tecnico, ma immediato, pensato per il piacere prima ancora che per stupire.

Subito dopo arriva una novità in carta: una tostada croccante con gambero rosso crudo ed erbe fresche. Qui si percepisce l’impronta delle esperienze asiatiche dello chef. La base è sottilissima, quasi eterea. Sopra, il gambero una consistenza setosa che si scioglie al palato. Le erbe fresche portano freschezza e slancio al piatto. Il morso è netto: croccantezza, dolcezza marina e note verdi che alleggeriscono l’insieme.

Poi la cucina vira verso qualcosa di più personale.

Arrivano i ravioli del plin ripieni di cintale, un piatto che racconta molto della memoria dello chef. Il formato piemontese, legato ai ricordi di famiglia, diventa il contenitore di una farcia intensa di cintale – incrocio tra Cinta Senese e cinghiale – saporita e profonda, con una nota selvatica ben controllata. resa arriva dalla croccantezza irtilli fermentati e le foglie di ossalide viola portano invece una freschezza quasi agrumata che alleggerisce il piatto.un piatto che non si limita a nutrire: evoca.

Tra i secondi, Luca Armellino gioca con i classici e li piega alla propria idea di cucina.

Il salmone rivisitato alla Wellington arriva avvolto in una sfoglia dorata e fragrante che racchiude un cuore rosato e succoso. La duxelles di funghi e spinaci dialoga con una salsa BBQ giapponese dalle sfumature dolci e piccanti, mentre la baby lattuga grigliata introduce una leggera nota ’insieme. Un piatto che unisce tradizione e contemporaneità senza forzature.

La materia prima resta al centro anche nel filetto di manzo, servito con una variazione di topinambur. La carne è tenerissima, si scioglie al palato, mentre il tubero viene proposto in diverse consistenze: mentato e arrosto. Ogni elemento aggiunge una sfumatura diversa – tostata, dolce, leggermente acida – costruendo un piatto ricco ma perfettamente leggibile.

Il finale arriva con una sorpresa scenografica: il ro una piccola zucca mantovana, un dettaglio che incuriosisce subito e che — volendo — permette anche di assaggiare parte della buccia.

La preparazione prende ispirazione dalla classica torta basca, ma qui la ricetta viene alleggerita e resa più contemporanea. La panna vegetale regala una consistenza setosa e avvolgente, meno opulenta rispetto alla versione na resta morbida, quasi fondente, con quella leggera nota caramellata che richiama la pasticceria iberica.

A dare ritmo al piatto arrivano poi due accenti ben calibrati: la crema al matcha, che introduce una sfumatura erbacea appena amaricante, e il gel di melograno, fresco e brillante, che illumina l’insieme con una punta di acidità.

È un dessert che gioca tra comfort e leggerezza, memoria e tecnica. E soprattutto chiude il pranzo con equilibrio, senztire, lasciando al palato una sensazione pulita e quasi meditativa.

La miscelazione come estensione della cucina

A completare l’esperienza, il ristorante propone un percorso di abbinamenti con la nuova drink list, pensata per dialogare con la cucina e non semplicemente ni dei grandi classici come il Negroni Oro, il CDO Florence e il CDO Martini: miscelazioni precise, contemporanee, costruite per esaltare aromi e consistenze dei piatti.

Interessante anche la selezione di low e no-alcohol cocktails, studiata con la stessa cura tecnica e profondità aromatica delle versioni alcoliche. Non semplici alternative, ma veri drink mento inclusivo, moderno e sorprendente.

Una cucina che ascolta il luogo

La cifra di Armellino al Caffè dell’Oro è chiara: piatti essenziali e riconoscibili, ingredienti locali di alta qualità, tecniche internazionali che non invadono ma sostengono. In una a rottura, qui si sceglie una terza via: il dialogo.

L’ospite è internazionale, e lo chef lo sa bene. Dopo Copenaghen, New a ha anche capito che l’identità non si negozia. Il risultato è una cucina contemporanea che non alza la voce. Una cucina che accoglie.

E mentre il pranzo scorre tra luce, riflessi d’acqua e servizio calibrato, la sensazione è quella di un equilibrio raro: grande fone, nessuna ostentazione. A volte il vero lusso non è stupire.
È far sentire l’ospite nel posto giusto, al momento giusto.

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