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Sannio, miti e identità: il vino diventa racconto culturale

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Dal culto di Iside alle leggende delle janare, un progetto enologico trasforma simboli, archetipi e memoria collettiva del Sannio in linguaggio contemporaneo.

Nel Sannio, più che altrove, il paesaggio si offre come una stratificazione viva di culti, attraversamenti di civiltà, sedimentazioni simboliche che continuano a riaffiorare in forme inattese. È dentro questa trama profonda che si colloca l’ultima operazione culturale di Agri Solaris: un progetto che assume il vino non soltanto come esito produttivo, ma come dispositivo narrativo capace di restituire complessità e identità a un territorio. A Benevento, città che da sempre vive sospesa tra storia e leggenda, il racconto parte da lontano. Dal culto di Iside, attestato in epoca romana e segno tangibile di un dialogo antico tra Mediterraneo orientale e Occidente, fino alle janare, figure liminali della tradizione popolare, custodi di un sapere arcaico che mescola natura, ritualità e superstizione. In mezzo, il celebre noce di Benevento, luogo simbolico per eccellenza, crocevia immaginario di racconti notturni e pratiche ancestrali.

Il progetto Bon’Vento e il linguaggio degli archetipi

Non è un caso che, proprio qui, il linguaggio contemporaneo cerchi nuove forme per tradurre questo patrimonio immateriale. Il progetto Bon’Vento si muove infatti su un crinale sottile: evitare la folklorizzazione e restituire invece dignità simbolica a un immaginario spesso banalizzato. Lo fa attraverso un sistema visivo e narrativo che richiama archetipi universali: lo scarabeo, legato alla rinascita e dunque alla ciclicità della vita. La janara, figura ambigua e sapiente, il caprone, presenza antica che rimanda a una dimensione sacrale e naturale, infine la luna, misura del tempo agricolo e delle sue stagioni. In questa prospettiva, l’operazione si avvicina più a un esercizio semiotico che a una strategia di branding. Il vino si configura come superficie di iscrizione, luogo in cui segni e significati si depositano e si organizzano e il meccanismo si rovescia: non è più la bottiglia a raccontare sé stessa, ma è il territorio a parlare attraverso di essa. Anche il nome scelto per il vino, Bon’Vento, si inserisce in questa logica di riscrittura simbolica. L’antica Maleventum, ribattezzata Beneventum dopo la vittoria romana nella Battaglia di Benevento, rappresenta già in origine un atto linguistico carico di valore: trasformare un presagio negativo in auspicio favorevole. Un gesto che attraversa i secoli e si rinnova oggi in chiave culturale. Il dato più interessante, tuttavia, è il tentativo di ricomporre una frattura tipica di molti territori italiani: quella tra produzione agricola e identità culturale. Qui la filiera non è solo economica, ma diventa anche filologica. Dalla vigna al racconto, ogni passaggio contribuisce a costruire un discorso coerente, capace di tenere insieme memoria e contemporaneità.

<<Con il rosato, la linea Bon’Vento si amplia e si completa, proponendo una lettura contemporanea del territorio sannita>>, spiega Raffaele Esposito, co-fondatore di Agri Solaris. <<L’obiettivo è restituire, attraverso il vino, la complessità e il fascino di Benevento>>.

Il Rosato Bon’Vento nasce dalla volontà di reinterpretare l’Aglianico in una chiave più fresca, senza però alterarne l’identità varietale. I vigneti, situati tra i 200 e i 650 metri di altitudine su suoli argilloso-calcarei, contribuiscono a costruire un profilo equilibrato e armonico. Nel calice si presenta con un rosa cerasuolo brillante e luminoso. Al naso emergono profumi di piccoli frutti rossi e delicate note floreali, mentre al palato si distingue per freschezza, pulizia gustativa e una chiusura nitida e ben definita. Dall’aperitivo fino a tutto pasto, si abbina con naturalezza a piatti leggeri e profumati della tradizione mediterranea.

Il vino come voce del territorio nel mondo globale

In un tempo in cui il vino rischia spesso di appiattirsi su codici globali, il Sannio prova dunque a riaffermare una propria voce, affinando il linguaggio e tornando alle radici per riattivare il proprio immaginario profondo. E forse è proprio questa la direzione più interessante per il futuro: riconoscere il territorio come sistema complesso di simboli, storie e visioni. Perché un luogo esiste davvero solo quando è in grado di raccontarsi e, soprattutto, di essere ancora capace di generare significato.

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