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Sagrantino di Montefalco: origini e storia del vitigno umbro

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Sagrantino di Montefalco: dal 1500 a oggi, passando per lo sviluppo degli anni ’70 a opera di Arnaldo Caprai.

Arrampicandosi lungo la strada provinciale che conduce a Montefalco, il borgo che già i romani avevano eletto a buen retiro e che oggi è conosciuto come la «ringhiera dell’Umbria» per la sua spettacolare visione a 360 gradi sulla vallata tra Perugia e Assisi, si attraversano colline disegnate da decine di ettari di vigneti. Da quelle piante nasce il Sagrantino, vino tra i più «complicati» ma anche maggiormente apprezzati di tutta la Regione, con una storia quasi unica.

Arnaldo Caprai: l’imprenditore visionario e l’evoluzione del Sagrantino

Le prime tracce storiche ce lo raccontano infatti usato già nel 1500 come vino da messa dei frati – per questo probabilmente il nome – ed era prodotto nella versione dolce, un passito. Almeno fino agli anni ’70 quando a segnarne l’evoluzione – e il successo – entrano in gioco alcuni viticoltori e in particolare Arnaldo Caprai, un imprenditore “visionario” per l’epoca e scomparso alcuni giorni fa a 92 anni.

Industriale di Foligno nel settore tessile e una delle colonne della produzione del Made in Italy, Caprai intuì le potenzialità di un territorio e di un’uva allora marginali. Nel 1971 acquistò 42 ettari a Montefalco, di cui quattro già vitati nella Tenuta Val di Maggio, avviando un progetto di valorizzazione che cambierà la storia di questo vino. Nel 1974, infatti, seguendo le prove in cantina che stava già facendo qualche collega vignaiolo, provò a farne una versione secca.

E l’idea funzionò, rivoluzionando l’economia dell’intera area. In quegli anni gran parte di quei vigneti erano infatti stati abbandonati perché il Sagrantino ha grappoli che non danno una grande produzione e soprattutto sono facilmente attaccabili dalla peronospera.

Il successo della nuova tipologia spinse però molti viticoltori a reimpiantare filari di quella vite così «sparagnina». Seguirono anni di enorme espansione, ma anche di speculazione e di vini mediocri, fatti da semplici avventurieri. Il tempo ha reso giustizia e sfoltito il terreno arrivando così a una produzione di assoluta eccellenza.

Oggi la cantina Arnaldo Caprai – condotta dall’88 dal figlio Marco – con 54 anni di storia, 851.106 bottiglie prodotte annualmente e distribuite in 30 paesi del mondo con i principali volumi di export negli Stati Uniti, in Germania e Olanda, sette certificazioni ambientali, un protocollo territoriale di produzione sostenibile per 160 ettari di vigneto, otto di boschi e ulivi, e sei ettari di prati è un’azienda leader nella produzione del Sagrantino. “Mio padre è stato un ottimista e un generoso – ha raccontato il figlio all’agenzia ANSA – e ci lascia l’insegnamento di guardare sempre avanti, di credere nell’impresa e nello sviluppo”.La sua – ha detto ancora – è stata una grande visione imprenditoriale, prima nel tessile, poi nel vino. Un uomo che ha sempre creduto nel realizzare grandi imprese, con una visione generosa e con un profondo impegno sociale. Aveva 92 anni e fino all’ultimo ha trasmesso a tutti noi che il futuro si costruisce con passione e fiducia”.

Sulla scia di Arnaldo Caprai, negli anni, si si sono mosse tutte le altre cantine della zona, arrivando oggi a creare un grande rosso che non ha timore a confrontarsi con altre importanti bottiglie. Di colore rosso cupo, il Sagrantino è un vino che va saputo aspettare, una bella donna che acquista fascino ed eleganza con il passare degli anni. E questo per la sua altissima concentrazione di tannini, probabilmente unica al mondo, che gli regala una struttura vigorosa, verticale, un vino quasi “masticabile” ma che va bevuto nel momento di maturazione giusta e con il piatto giusto, principalmente cacciagione o carni con lunghe cotture.

Le bottiglie da non perdere

Per disciplinare viene prodotto nella zona tra Montefalco, Bevagna, Giano e Gualdo Tadino e può essere messo in vendita dopo quattro anni. Ma la maggior parte dei produttori preferisce aspettarne cinque. Da quel momento occorre lasciarlo tranquillamente riposare in bottiglia.

Quanto? Secondo gli enologi almeno altri dieci, quindici anni per assaporare al meglio tutte le sue potenzialità. 

Tra i nostri preferiti non si può non segnalare il Montefalco Sagrantino 25 anni Arnaldo Caprai (52 euro, 15,5°), una vera e propria sinfonia di profumi che ammaliano il naso tra ciliegia, cioccolato, resina, violetta e aromi di sottobosco, mentre l’assaggio regala un equilibrio perfetto tra morbidezza e freschezza e tannini che “suonano” in armonia con tutta l’orchestra.

A seguire il Montefalco Sagrantino Chiusa di Pannone 2020 AntonelliSan Marco (36 euro, 15,5°), versione austera, verticale ed elegante di questo vino: avvicinando il bicchiere al naso si percepiscono liquerizia, china e chiodi di garofano mentre in bocca è ampio e con tannini eleganti.

Nota di merito anche per il Montefalco Sagrantino Carapace Lunga Attesa (nomen omen…) di Tenute Lunelli Tenuta Castelbuono (48 euro, 15,5°). La cantina merita sicuramente una visita anche per ammirare proprio il “carapace” realizzato da Arnaldo Pomodoro nel 2012: una grande cupola di rame incisa da crepe che ricordano i solchi della terra e che si integra così perfettamente nel paesaggio. Una scultura all’interno della quale si trova tutto il percorso per la produzione del vino, dalla prima scelta delle uve fino alla messa in bottiglia. Questo è un Sagrantino complesso, sia al naso che al sorso, tra profumi di cacao, spezie e confettura, caldo in bocca e con un finale di una lunghezza immensa.

L’ultima segnalazione è per un passito, versione che viene ancora prodotta e che regala spesso godimenti assoluti. Come il Montefalco Sagrantino Passito Cocrè 2019 cantina Romanelli (45 euro, 14,5°): nel bicchiere si ritrovano confettura di more e mirtillo, arancia candita, ciliegie sotto spirito e cannella. Da provare in un abbinamento insolito ma goloso: il cinghiale dolce e forte.

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