Magazine di ristorazione e itinerari enogastronomici • Venerdì 09 Dicembre 2022

Casale del Giglio, una Storia di Famiglia

Casale del Giglio è una delle realtà vitivinicole più grandi, più affermate e più famose del Lazio, su questo non ci sono dubbi.

Una realtà che ha iniziato la sua avventura come cantina moderna alla fine degli anni ’80, anche se la sua storia risale a molti anni prima.

Era il 1914 allorquando Emidio, Isidoro ed Antonio Santarelli costituiscono la “Ditta Berardino Santarelli & Figli”, che porta il nome del Fondatore Berardino, mercante di vino. Dieci anni dopo la famiglia si sposta da L’Aquila a Roma aprendo il primo “Vini & Olii” in Piazza Capranica, nel cuore della Città. Il primo degli 11 negozi aperti tra il 1924 e il 1955.

Il 1955 è anche l’anno in cui Dino Santarelli, figlio di Emidio, fonda a Roma la “Santarelli S.p.A.”, dedicandosi all’imbottigliamento dei vini tipici del Lazio, esportati anche all’estero, in particolare in Canada. Ed è l’inizio di una nuova era, che porterà nel 1967 alla creazione di “Casale del Giglio”, a Le Ferriere (nell’Agro Pontino), non lontano dall’antica Città di “Satricum”, in provincia di Latina, circa 50 Km a sud di Roma.

Nello stesso periodo, i “Vini & Olii” vengono ceduti, ad eccezione di quello di
Piazza Capranica che, da Enoteca, viene trasformato in Ristorante, ancora di
proprietà della Famiglia. Ma quale fu la vera sfida della famiglia Santarelli?

Certamente quella di dare un’impronta caratterizzante ai propri vini, dato che quel territorio, rappresentava, rispetto ad altre zone del Lazio e ad altre
Regioni d’Italia, un ambiente nuovo, tutto da esplorare dal punto di vista
vitivinicolo.

Ed è qui che la storia della famiglia e in particolar modo di Antonio Santarelli si intreccia con quella un giovane enologo, Paolo Tiefenthaler giunto in azienda per uno stage di 4 mesi che si è “prolungato” poi per oltre 30 anni, fino ad oggi. Una storia nata all’insegna della ricerca e della sperimentazione, iniziata nel 1988 e mai finita, che ha portato a impiantare 57 diversi vitigni sperimentali, tradizionali italiani e internazionali, per capire quale direzione dare all’azienda.

Vi confesso che ho trovato tanto ammirevole l’elegante pazienza di Antonio
Santarelli, di aspettare molti anni prima di delineare una filosofia aziendale, quanto notevole la capacità di Paolo Tiefenthaler di leggere questo nuovo territorio dalle diverse caratteristiche: dalla forte ventilazione a un sottosuolo variegato, fatto di argilla, roccia vulcanica, sabbia…

Uno studio durato anni che ha portato a selezionare uve molto diverse tra loro, capaci di dare alta qualità nei diversi terreni. Dal Bellone, franco di piede, dalle origini antichissime, diffuso nella provincia di Latina ma anche nei Castelli romani al Petit Manseng, vitigno a bacca bianca originario della zona dello Jurançon (Guascogna), prossima ai Pirenei francesi atlantici (regione basca francese), dall’eclettico e conosciuto Chardonnay al Tempranillo, uva rossa della Ribera del Duero, in Spagna.

Sette varietà che oggi rappresentano Casale del Giglio e che abbiamo potuto
degustare Sabato 5 marzo, dopo aver visitato la cantina, ascoltato la sua storia direttamente dalla voce dei due protagonisti, Antonio Santarelli e Paolo Tiefenthaler e conosciuta tutta l’equipe che ha portato questo marchio a essere tra i più diffusi nel Lazio.

Oggi l’Azienda conta 180 ettari, con vigneti attorno alla cantina ed altri in zone limitrofe, dove si allevano alcuni vitigni autoctoni come il già citato Bellone di Anzio, la Biancolella di Ponza, il Cesanese di Affile e di Olevano Romano e, da ultimo, il Pecorino di Amatrice/Accumoli in provincia di Rieti.
In questi terreni è anche custodito un sito archeologico di una antica villa rustica romana di oltre 2.500 mq, che corre lungo i filari delle vigne sperimentali e lungo una linea del tempo che si snoda per oltre 2.000 anni di storia e di cultura del luogo, grazie alla profonda e attenta sensibilità di Antonio Santarelli.

Casale del Giglio riesce così a sintetizzare passione per produzione vinicola,
salvaguardia dei vitigni autoctoni e tutela archeologica e storica: un caso raro a livello internazionale, secondo le parole della direttrice degli scavi Prof.ssa Marijke Gnade, considerando che l’azienda contribuisce finanziando parte del lavoro, mettendo a disposizione i magazzini per lo stoccaggio dei reperti e “sacrificando” parti dei filari per garantire la prosecuzione dei lavori di scavo.

Nelle note di degustazioni ci piace ricordare due vini in particolare: il Petit
Manseng 2020, per la sua originalità e le sue note vegetali, speziate e minerali e il “Radix” 2016, il Bellone, coltivato ad Anzio, macerato in tonneuax per due giorni e poi passato in Anfora, dove riposa e respira, con il suo color oro antico e le inconfondibili note di frutta esotica e di macchia mediterranea.

Due vini eleganti e raffinati, come Antonio Santarelli, ma anche verticali e diretti, come Paolo Tiefenthaler.