Magazine di ristorazione e itinerari enogastronomici • Venerdì 28 Gennaio 2022

Opera, Locanda del Profeta e Michelasso, tre mete gourmet a Napoli

Abbiamo perlustrato la città a caccia di novità. Tra Vomero, Chiaia e Santa Brigida, abbiamo incontrato tre chef per raccontare una ristorazione gourmet a Napoli senza luoghi comuni, a mano libera.

Napoli, di certo, non resterà orfana di pizza e mandolini. Ma la città è in pieno fermento artistico. Culturalmente parlando, il capoluogo partenopeo è più in forma che mai. E su questa scia si inserisce un desiderio di ristorazione nuova: sguardo ampio, respiro internazionale, approccio contemporaneo. C’è voglia di tradizione, ma anche di fare qualche excursus gourmet a Napoli.

Siamo andati in giro per il capoluogo partenopeo, a caccia di indirizzi interessanti. La nostra ricerca ci ha portato in tre quartieri diversi per tre esperienze enogastronomiche che rompono i soliti schemi. Abbiamo così fatto visita a tre chef legati da un’idea di cucina che non vuole zavorre. Ne è uscita fuori una Napoli “leggera”, più metropolitana. Raccontata senza luoghi comuni, a mano libera.

Opera Restaurant

Quartiere Vomero, siamo nella zona alta di Napoli. Opera Restaurant incrocia il cocktail bar newyorkese con il bistro parigino: velluto, oro, l’albero della vita al centro del locale, l’illuminazione è raffinata, giusta. Grande attenzione al mondo mixology, cocktail che seducono per impatto visivo e balance dei sapori. Ci accoglie il responsabile di sala Riccardo Abbruzzese. Professionale, ma non privo di sorprese. Improvvisamente dà il via alla cerimonia del tè e, con lui, facciamo un inaspettato viaggio in Cina, per godere di una bevanda qui concepita come fine pasto, ma anche in pairing all’interno del menu.

La cucina è mediterranea, moderna. Ai fornelli c’è lo chef Raffaele Campagnola, approccio materico, tutta la sua tradizione partenopea, con il desiderio di farne “una cosa leggera”. Nell’idea e nei contenuti, non è la cucina dei Monsù, poco, ma sicuro. Tra i nostri piatti del cuore, la tartare di podolica. I tortelli ripieni di taleggio di bufala con ragù alla genovese. Il pescato del giorno con friarielli, salsa di cozze, finocchio e curcuma.

Un antipasto, un primo e un secondo che raccontano l’intera cucina: essenziale, appagante. Ben inserita in un luogo portatore di tranquillità, abbiamo immaginato un’intima serata a due, d’amore o amicizia che sia, al caldo di una somministrazione alcolica di livello. Mixology a parte, importante anche la carta dei vini: tra grandi classici e chicche curiose, abbiamo contato un centinaio di etichette. Un luogo in cui aprirsi ad una serata in divenire. Iniziare con un cocktail, proseguire con la cena o, magari, intrattenersi semplicemente al bancone. Per very cosmopolitan lifestyler.

Opera Restaurant

La locanda del Profeta

Nel quartiere Chiaia, il Profeta è lui. Simone Profeta, nomen est omen, direbbe qualcuno. Chef patron, giovane, accelerato quanto basta a cavalcare i tempi per poi andare oltre. Pronto a tornare indietro, nelle tradizioni di casa sua, senza perdere il nuovo acquisito altrove. All’inizio ti stravolge, fiammate dagli occhi per raccontare che non ama essere etichettato: trattoria, ristorante, cucina del territorio, in ogni caso, sarebbe riduttivo. Alcun dubbio sulla sua napoletanità, ma nessuna intenzione di rimanervi incastrato.

Sono un selezionatore di materie prime, se trovo un prodotto che mi entusiasma, prendo e porto a casa. Così nascono i miei piatti.

Un menu, quella de La Locanda del Profeta, che vale un viaggio in Italia (non ce ne voglia Goethe). Tartufo, burro, nduja, pomodoro del Piennolo, il filo conduttore è la qualità. Arredamento informale, curato nei dettagli, accogliente. Noi ci siamo stati a pranzo, una piacevole pausa dalla Napoli che fa festa lì intorno. L’ambiente giusto per le occasioni che contano, un bel modo per ritrovarsi in piccoli gruppi di parenti e amici.

Tra i piatti, abbiamo amato il crocché di patate igp della Sila con salsa alla nduja, strepitoso nel suo bilanciare dolce e piccante. L’uovo in camicia con spuma di patate, cipolla croccante e tartufo. Un grande classico, ma scarpetta compresa, è impossibile lasciarne una sola goccia nel piatto. E per non dimenticarci di dove siamo, spaghettoni allo Scarpariello. Ah sì, lo scarpariello, sembra tutto già visto, ma gli effetti speciali, più che sul menu, arrivano con l’assaggio. Cotture millimetriche, sapori intensi, pieni. Senza dimenticare la carta dei vini che, informalità a parte, cita piccoli, medi e grandi senza soluzioni di continuità. Servizio in sala che vale una coccola.

La Locanda del Profeta

Michelasso

Via Santa Brigida, a Napoli, è incastrata tra Maschio Angioino e via Toledo, le architetture della città riempiono gli occhi di borbonica eleganza. Entriamo da Michelasso e capiamo che il target è “fine dining” puro. Magistrale lavoro di interior e lighting design, a favore di una sala che, nel suo essere ricercata, ma sobria, fotografa il volto raffinato di Napoli. Ad accoglierci, il maitre sommelier Giorgio Zoccolella, professionale, piglio informale, preparatissimo. Ai fornelli c’è Angelo Gravino. Chef di origini casertane, la sua resistenza ad apparire è inversamente proporzionale alla bellezza emanata dalla sua cucina. Ottima tecnica e quel garbo nel condurti per mano tra i profumi, tra i suoi sapori sempre delicati, ma ricchi di personalità. Si chiama classe.

Vi elenchiamo i nostri piatti del cuore, all’interno di un menu che è immancabilmente tradizione, ma non solo. Crema di zucca napoletana, stracciatella, acciughe del Cantabrico e polvere di liquirizia. Linguine con bolognese di mare, cacioso di bufala e basilico. E poi i dolci. Realizzati dallo chef che fa da superbo pastry chef di sé stesso. Abbiamo assaggiato la spuma di pistacchio, con crumble al cacao, gelato e sale aromatizzati alla vaniglia.

Irresistibile la piccola pasticceria finale, una selezione di petit four strappacuore. Da Michelasso ci si va in cerca di emozioni. L’atmosfera è esclusiva, romantica, anche il winelover troverà sorsi per i suoi calici grazie ad una cantina che conta circa 300 etichette. “E siamo in fase di ampliamento”, sottolinea Giorgio Zoccolella, attento a segnare i punti che contano: e così gli assaggi fluttuano e, con loro, il nostro spirito. Vi consigliamo di non perdere questa esperienza gourmet a Napoli.

Michelasso