Magazine di ristorazione e itinerari enogastronomici • Martedì 20 Ottobre 2020

Ischia: arte, accoglienza e cucina del territorio al Castello Aragonese

castello aragonese

“Rapimento e benessere”. Queste le sensazioni che suscita una visita al Castello Aragonese di Ischia. Un luogo d’incanto in cui passato e presente si fondono a un nuovo concetto di lusso, semplice e consapevole, sospeso tra arte, accoglienza e cucina del territorio (di mare e di terra).

La percezione del lusso sta mutando, va fuori tema chi punta su vecchi cliché, pomposità, bagliori di architetture posticce. Qualcosa è cambiato dentro, perché molto è cambiato fuori. Un sentimento nuovo, un’atmosfera sociale. Il lusso come stato d’animo, appagamento sensoriale a lungo termine che trova linfa vitale in luoghi estatici, liberi da forzature. Chi visita il Castello Aragonese, a Ischia, riferisce puntualmente questo stato d’animo. Rapimento e benessere.

Come sottolineano i proprietari, “il Castello è stato lasciato esprimere in tutta la bellezza della sua storia, della sua architettura tardo-cinquecentesca”. C’è tanta eloquenza negli spazi vuoti, nessun desiderio di aggiungere all’essenzialità monastica che ne caratterizza lo stile. “Parliamo di venticinque secoli di storia tra, chiese, conventi, prigioni, giardini”. Il Castello ne ha viste tante, osserva con austerità, dando il suo contributo al tutto.

Il presente

Dal 1900 il Castello Aragonese è di proprietà della famiglia Mattera, si paga un biglietto di ingresso per entrare. “In questo modo, senza finanziamenti pubblici, garantiamo restauri, manutenzione e la gestione delle varie attività presenti”. Sì, perché all’interno del Castello si può anche dormire e mangiare. Nel senso più salvifico del termine, un regalo da farsi e da fare, dedicato a veri intenditori. Sospesi tra cielo, pietra e mare, fuori dal tempo, da qualsiasi tempo.

Il Monastero, albergo e ristorante

All’interno del Castello Aragonese, è più di un soggiorno. “L’abbiamo concepito come approdo e contemporaneamente punto di partenza del viaggiatore alla ricerca della verità dei luoghi”.

Un’austera fortezza con l’atmosfera di un antico convento, quello delle Clarisse. Abitare il silenzio. Nelle stanze del Monastero, semplici, mediterranee, “ci sono gli agi del nostro millennio, ma c’è spazio per i pensieri”. Complice anche la vista che consente di spaziare con gli occhi e con le sensazioni.

La cucina del territorio

Il ristorante propone una cucina in linea con la ‘filosofia’ dell’albergo: tradizione contadina e marinara, qualità degli alimenti, sostanzialità dell’offerta. Per la spesa, si attinge dall’orto biologico, dal frutteto, dalla vigna del Castello. I pescatori ischitani che vendono proprio sotto al Castello e, per il resto, si punta al meglio della produzione artigianale campana.

La cucina è affidata allo chef Michelangelo Iacono, ischitano. “Desideravo portare a tavola i piatti poveri della tradizione, ma sapevo che, per farlo, dovevo elevarli. Senza stravolgerli, senza offenderli, mi sono avvalso della tecnica per aggiungere eleganza alla forma”.

Michelangelo Iacono precisa che è originario di ‘marecoppe’ e qui un dettaglio va chiarito. Chi ambisce a cogliere l’essenza dell’isola, deve respirarne le due anime. Ischia è inevitabilmente mare, ma è anche tradizionalmente terra. E Michelangelo Iacono lo spiega attraverso due menu che, per bellezza, gusto e filologia culinaria, nutrono mente, anima e corpo. E si scopre che oltre alla cucina di ‘marecoppe’, ovvero la parte dell’isola sopra il mare (in montagna), c’è la cucina di ‘marevascio’, ovvero l’area geografica posta più giù, sul livello del mare, quella di tradizione marinara.

Dunque, una cucina di terra, quella contadina, ed un’altra più fresca ed immediata, quella di mare. Michelangelo Iacono è un autodidatta, sorprendenti i risultati raggiunti. Per raccontarlo, scegliamo insieme d’intrecciare la terra con il mare. Le due anime dell’isola mai in competizione, ma aperte al libero scambio. In dialetto era il folcloristico ‘cala, calaaa’: il pescatore rientrato dal mare con la sua barca, risaliva la collina e gridava al contadino di calare il cesto colmo di frutta, vino e verdure. Il pescatore svuotava il cesto e lo riempiva di pesce per restituire il favore. La poesia di un territorio che, grazie ai custodi come Michelangelo Iacono, continua ad essere golosamente declamata.

L’uovo “a zuppetella”

Uovo biologico, cotto a bassa temperatura fino alla sua pastorizzazione. Un uovo sicuro e senza rischi, dalla consistenza interna ancora fondente. Impanato, fritto e servito, come da manuale, con una ‘zuppetta’ di pomodoro datterino, cipolla, basilico e peperoncino. Il piatto di casa, di tutte le case dei bambini campani, fare ‘la scarpetta’ qui diventa parte della degustazione.

Menest e fasul (minestra di fagioli)

Riprende il concetto di un piatto antico, la minestra ‘salvagioie’ con i fagioli. Una miscellanea di erbe spontanee raccolte sulle colline ischitane. Piatto povero, arricchito dalla ‘mescafrancesca’, la pasta mista tipicamente campana. I fagioli sono i borlotti dell’orto del Castello, decorati con della bisque (brodo concentrato, molto intenso, realizzato con teste e carapaci di gamberi) e nero di seppia.

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Zuppetta di pesce

Il pescato del giorno è prevalentemente di pesce bianco. Cotto a bassa temperatura nel sugo delle cozze, arricchito con scorza di agrumi. Non c’è aggiunta di sale, l’umami che sprigiona, ovvero l’intensità di gusto a cui ci hanno iniziato i giapponesi (anche se, inconsapevolmente, ne eravamo già maestri), è tutta nella qualità della materia prima, è un sapore naturale, intrinseco. “Volevo portare a tavola un piatto semplice, con una cottura del pesce precisa e dalla morbidezza goduriosa”. Dietro l’apparente semplicità, c’è un equilibrio scientifico tra consistenza, freschezza e sapidità. Piatti come questo dicono tanto, forse tutto, del modo di concepire la cucina.

Vino e Percoche

“Ho giocato sul vecchio concetto di vino e percoche”, pesche a pezzi, distribuite nei bicchieri e servite a fine pasto, immerse nel vino bianco. Tutto questo diventa un tortino, ça va sans dire, di percoche, servito  con crema pasticcera aromatizzata con i limoni, e riduzione di ‘Per’ ‘e Palummo’, il piedirosso, vitigno autoctono a bacca rossa. Presente in menu solo nei mesi di agosto e settembre, in ottemperanza alla stagionalità del frutto.

Il vino Castello, Biancolella in sintesi

Sul Castello si produce anche il vino. Un omaggio al vitigno ischitano per eccellenza, la Biancolella, in collaborazione con uno dei più importanti enologi campani, Andrea D’Ambra. Un vino che parla di Ischia, dei suoi terreni vulcanici, della sua vicinanza al mare. Fruttato, mediterraneo, pieni di agrumi e spezie mai invasive. Splendido regalo da degustare proprio qui sul Castello, davanti ad un panorama con ben pochi rivali. Oppure da portar via come il migliore dei souvenir, per rivivere un po’ di Ischia al ritorno dalle vacanze. Il dono perfetto per farsi voler bene e per volersene ancora di più.

Info

Tutte le indicazioni per orari, percorsi ed eventi sono qui.

Per l’albergo ed il ristorante Il Monastero, visitare il sito.

Foto di Marco Albanelli