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Beviamolo strano: il marketing irriverente nel mondo del vino

Panoramica sulle etichette dei vini (e birre) dal nome irriverente, spesso osceno, mutuato a volte dalla località, talvolta frutto del caso, spesso precisa scelta di marketing.

A molti di noi sarà capitato almeno una volta di pasteggiare con un rosso Bastardo, di fare un brindisi con una Monella o sbicchierare con gli amici con un Nero di Troia. Sono nomi particolari, etichette “piccanti” che giocano sulla linea sottile del suggerimento o dell’allusione, ma che spesso vanno dritti senza infingimenti.

I vini noSTRANI

Da nord a sud è facile imbattersi in etichette di vino dal nome un po’ strano, allusivo, dal doppio senso. Come capita con i Vini Orgasmo, una selezione di prodotti della cantina Fattoi di Montalcino che conta, tra gli altri, oltre al Brunello, anche un Franciacorta e un Chianti. L’origine del nome, si legge sul sito “deriva dalla grande gioia che si prova quando nasce un figlio, ed ancor prima quando si apprende che una nuova vita sta crescendo dentro al grembo. Un piacere ed una sensazione che si può, appunto, definire un orgasmo interiore. Una gioia che abbiamo voluto condividere. Ci auguriamo di innestare nel tuo cuore e nei tuoi pensieri, anche una sola piccola gioia, facendoti riflettere e condividere il nostro vino ed il nostro pensiero, con le persone importanti per te”.

Etichette che a volte sono frutto di pure operazioni di marketing, a volte dei colpi di fantasia ma che talvolta derivano dal nome delle località nelle quali si trovano le vigne. È il caso del primo esempio citato, il Rosso Bastardo, che si produce in Umbria e prende il nome proprio dal paese, una frazione di Giano. Si tratta di un assemblaggio di Merlot, Sangiovese, Cabernet e un vitigno autoctono della zona.

Non gioca invece sulle allusioni il Merlo della Topa Nera, un vino prodotto a Montecarlo, vicino a Lucca, dall’azienda Fuso Carmigiani. Poco distante, a Fiesole, ancora più esplicito il nome scelto dall’artista norvegese Bibi Graetz con il suo Soffocone di Vincigliata (anche nella versione delle feste “Soffocone di Natale”), un vino a base di Sangiovese, Canaiolo e Colorino che deve la sua fama, oltre che alla qualità, soprattutto all’etichetta che riproduce una donna accovacciata che non lascia spazio a interpretazioni.

Più soft il Baciami Subito, Barbera della cantina La Scamuzza (che produce anche il Vigneto della Amorosa). Si torna a nomi “forti” con lo spumante biologico Addio cugghiuna che in siciliano significa “addio coglioni”, un brut realizzato dall’azienda Ca’ Bacchetta in provincia di Trapani, e con il Deunasega, vino bianco, frizzante e rosso dell’empolese, che usa un’espressione toscana che può essere tradotta con “accipicchia”.

In Puglia e in Basilicata uno dei vini più noti e buoni è il Nero di Troia, dove il riferimento è all’antica città dell’Asia minore, e non a una donna di facili costumi alla quale si potrebbe facilmente pensare. In zona c’è anche il Toccaculo, prodotto dalla tenuta Battifarano, un interessante rosso della Basilicata a base di uve Merlot. Questo vino prende il nome del torrente che attraversa la Masseria Battifarano, il “Toccaculo”. Per attraversarlo a piedi e non bagnarsi i vestiti, le donne si alzavano la gonna…

Risalendo a nord il Piemonte è un tripudio di nomi allusivi: tra i capolavori di Giacomo Bologna ci sono La Monella, il Bricco della Bigotta e il celeberrimo e buonissimo Bricco dell’Uccellone. Quest’ultimo, però, deve il suo nome, come raccontato dal produttore al fatto che “una volta, nella casa accanto, abitava una vecchia signora sempre vestita di nero, che era stata soprannominata l’uselun (l’uccellone)”.

Nell’astigiano troviamo J’Amis dla Barbisa, un Barbera d’Asti prodotto dal 2016 dall’azienda Bertolino Jaime. Barbisa, in dialetto locale, significa vulva (letteralmente “amico della vulva”), e il triangolo nero che nell’etichetta rappresenta un calice evoca proprio l’aspetto del pelo publico femminile. Tanto per rimanere in tema, più a sud ci imbattiamo invece nella Bernarda, taglio di bonarda e barbera (tipico del Gutturnio piacentino), prodotto da Christian Trinchero, che gioca col nome ma non lascia dubbi sull’etichetta, che stilizza un corpo femminile nudo.

Sempre nel piacentino sorgono le Cantine Luretta di Felice Salamini, che con il suo Boccadirosa, ha rivisitato la Malvasia piacentina, donandole, oltre al grande profumo, slancio e complessità. Ridiscendendo in Toscana, a Montalcino troviamo un Rosso Igt che si chiama Bionasega, prodotto da Rodolfo “Rudy” Cosimi, che pare sbertucciare il mondo del biologico. Il senso del nome, infatti, è “Bio una sega“, ovvero “col cavolo che questo vino è biologico”. Insomma una provocazione. L’attività erotica viene subito in mente anche con un altro vino, sempre prodotto in Toscana da La Cipriana, lo Scopaio, un vino rosso e secco, taglio di Cabernet Sauvignon e Syrah. In verità, è solo un’impressione la nostra, in quanto qui si fa riferimento alla località Lo Scopaio vicino a Castagneto Carducci (Livorno).

E sempre in Toscana c’è anche la Ficaia, un vino prodotto (guarda caso) dalla Fattoria Uccelliera da uve Pinot bianche e Viogner (la ficaia, in toscano, è l’albero del fico, ndr).

Dalla Riviera Romagnola ecco il 69 (SessantaNove), un Sangiovese Superiore prodotto dalla cantina riminese Ca’ Perdicchi dei fratelli Andrea e Matteo Gessaroli. 

Scendendo un po’ a sud ci imbattiamo nella famosissima Passerina, vitigno diffuso tra Marche, Abruzzo e Lazio, che prende il nome dal fatto che la sua uva dolce attira proprio i passeri. Molti ricorderanno la campagna di affissione che promuoveva l’etichetta Passera delle Vigne, passerina prodotta dall’azienda vinicola abruzzese Lepore.

Rimanendo nello stesso “ambito” come non citare il .G della cantina Vigne di Alice, un ottimo prosecco di Valdobbiadene Conegliano, che racconta la passione per il territorio di appartenenza da un punto di vista femminile, come quello delle due proprietarie Cinzia Canzian e Pier Francesca Bonicelli, che a Carpesica (TV) hanno creato anche un relais immerso nelle vigne.

E all’estero?

Ma solo noi italiani siamo così “audaci” nello scegliere i nomi dei vini? Niente affatto. In Francia, su tutti, svetta il bordeaux Château Le Fregne, 80% merlot e 20% cabernet sauvignon, prodotto da Jean Fleury. Le Vin de Merde della Languedoc è invece quasi un manifesto politico perché il produttore usò un nome volutamente volgare per mettere in evidenza come i vini della denominazione fossero buoni nonostante la loro pessima fama. E sull’etichetta c’è disegnata proprio una mosca…

Dominique Ricome propone No sex for Butterfly, Syrah, Syrah rosé, Grenache nero e bianco, Pinot nero.

Neppure in Spagna ci vanno leggeri: qui troviamo il Cojòn de gato e la Teta de vaca. Il primo è un rosso fatto con Merlot, Shiraz e, appunto, Cojòn de Gato che anticamente veniva usato per dare corpo ad altri vini, il secondo prende il nome proprio dalla varietà dell’uva che era già conosciuta al tempo dei romani. Nella zona vinicola di Rueda e nel cuore della regione di Castiglia e Léon, viene prodotto il De Puta Madre, un vino da dessert ottenuto da uve verdejo. Il nome significa letteralmente “di madre puttana” ma equivale all’esclamazione italiana “della Madonna”, per dire “fantastico, strepitoso”. Hijoputa è il nome scelto da un produttore di liquori di Gijçn, in Asturia, per una linea di liquori.

Nel vicino Portogallo troviamo diverse tipologie di Bastardo, come il Bastardo rosso o il Bastardo Licoroso, un vino liquoroso della regione di Sétubal. E, a proposito di liquori, qui spicca il Licor de merda, a base di latte, molto noto in Portogallo.

Dona Bernarda è un vino rosso prodotto a Santiago del Cile, nella Central Valley. Le Fat Bastard, prodotto a Robertson in Sudafrica da Thierry & Guy da uve Pinotage, è invece una linea di bottiglie che mostrano un ippopotamo nell’etichetta.

California a luci rosse

Ma oltre oceano, in California, i nomi si fanno ancor più “hot”. Dalla Napa e Sonoma Valley arrivano infatti etichette a luci rosse come il Penetration Red Wine, di cui scrivono “siamo sicuri che siete d’accordo: la Penetrazione è sempre soddisfacente”. A proporlo la Naked Winery – tradotto “cantina nuda” – che ha fatto dei doppi sensi ammiccanti all’erotismo la filosofia aziendale.  Sempre rosso è il Climax, modo raffinato per esprimere l’orgasmo che se invece volete esplicitare senza incappare in fraintendimenti è più opportuno comunicarlo con un Oh! Orgasmic Tempranillo o Barbera, ambedue prodotti nella Columbia Valley. 

Se tra le lenzuola vi piace comandare ma non sapete come dirglielo, ecco che in vostro aiuto arriva Dominatrix, “Pinot Nero che prende il controllo e chiede la tua attenzione”. Viceversa ecco il Roleplay Red Blend (trad. gioco di ruolo). Non mancano i preliminari con lo chardonnay Foreplay e perfino le posizioni, come il Missionary Cabernet Sauvignon o Blazing Straddle Sweet Red (trad. cavalcata ardente) oppure i gusti sessuali com il Gay Rosè e altri.  Ma Ewoke Winery di etichette “spinte” ne propone davvero tante (evokewinery.com), perfino il vino per le signore over quaranta, di solito single o divorziate, che cercano storie con uomini più giovani di loro: per loro ecco il Cougar Semi Sparkling Wine, “in attesa di finire su un palato giovane, questo vino frizzante vi darà soddisfazione”.

Non sapete come dirglielo che la state corteggiando? Bene, in vostro soccorso arrivano Flirtation, Napa Valley Dry Rose, e Seduction, Napa Valley Red Blend, della cantina O’Brien Estates.

Veniamo infine alla cantina Folie a Deux, che propone una via di uscita per raccontare le fantasie segrete con la sua etichetta Menage a Trois, uvaggio di Zinfandel, Merlot e Cabernet SauvignonAncora c’è Sexy Wine Bomb, di Vintage Wine Estates, e il rosso da tavola Luscious Lips di Falkner Winery.

Le birre equivoche

Non solo vini. Ci sono anche molte etichette di birre che hanno dei nomi equivoci e allusivi. Babbo Bastardo è il nome di una birra artigianale lombarda, alcolica e speziata, definita “da panettone” perché particolarmente adatta all’abbinamento con i dolci natalizi.

Nell’empolitano viene prodotta la birra Deunasega, bionda e rossa, mentre in Sicilia c’è la birra Minchia, una bionda di bassa fermentazione prodotta artigianalmente.

Dal significato diverso e ispirato agli ambiti “medico” e “farmaceutico” sono le etichette del birrificio abruzzese “La Casa di Cura”: per la linea Organic Ecovalium, Bioprozac e Naturtavor,  per le classiche: Flebo, Doppia Flebo, T.S.O., Mezza T.S.O., T.A.C. e Neuro.

La marchigiana MalaRipe propone infine Dio c’è, IPA in pieno stile Californiano dalla gradazione alcolica pericolosamente nascosta.

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